Cose di cui vado fiero

Tra il 2010 e il 2011, in occasione dell’uscita del mio romanzo “L’inverno dell’alveare”, ho girato l’Italia come uomo sandwich, portando davanti la copertina e dietro la quarta, prezzo incluso. Fu un’esperienza splendida e faticosissima, seguita dai principali media nazionali. Di solito io e mia moglie partivamo il venerdì in auto o in treno per portarci sul luogo e qui cominciavo la mia camminata all’interno del gigantesco libro. Dal Trentino a Matera, dalla Puglia a Torino per testimoniare, garbatamente e in silenzio, che dentro a ogni storia c’è una persona. Nonostante sul web mi abbiano cercato in parecchi, mentre camminavo dentro al mio sandwich nessuno mi ha mai rivolto la parola.

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Nel 1998 io e un amico, siccome non avevamo la morosa, decidemmo di fondare un’Associazione Culturale. Amando entrambi il dettaglio, abbiamo cominciato a scriverne lo Statuto, complicato più o meno come la Costituzione di uno Stato. Alla fine, dopo aver concordato un insieme di principi pesati al millesimo su cui entrambi ci riconoscevamo, eravamo stanchi morti. Così siamo andati a bere qualcosa. Ricordo ancora, tra i principi dell’Associazione, “ecologia dell’uomo e della realtà”, ma non chiedetemi che cosa volesse dire e comunque non sono più d’accordo. Poi per fortuna abbiamo coinvolto alcune donne sognatrici e giù a riscrivere lo Statuto davanti a una birra. In maggio nacque l’Associazione “Il velo di Maya”. Il mio amico non era d’accordo sul nome e neanche io mi ci riconoscevo, ma le donne erano inflessibili e così abbiamo ceduto. In cambio Silvia è stata nominata presidente e responsabile legale. Per l’inaugurazione dell’anno associativo abbiamo fatto una grande festa e un concorso di arte grafica e poesia. Stendiamo un velo di Maya sui risultati del concorso e sulla partecipazione popolare: in pratica si classificarono tutti. Dopo la premiazione seguì sbaraccata pre-rivoluzionaria. Poi l’Associazione si è sciolta. Ho ancora le foto.

Nel 1999 io e altri quattro amici, delusi dal nostro passato associativo, abbiamo deciso di fondare un’Associazione Culturale. Statuto ridotto all’osso, semplicità e flessibilità per non cadere negli errori del passato. Siccome nel nostro paese conoscevamo tutti e c’era bisogno di aria nuova (soprattutto femminile), abbiamo scelto la vicina città di Modena come luogo deputato ad accogliere le nostre prossime iniziative. Francesco ci ha anche fatto il logo e abbiamo fondato un giornale. L’associazione si chiamava “La locomotiva”. Come prima iniziativa ricordo una splendida giornata in occasione della Festa della Liberazione. Ci fu anche un concerto e delle belle letture. Eravamo molto emozionati. Poi l’associazione si è sciolta. Ho ancora le foto e i tre numeri del giornalino di cui, se ricordo bene, ero vicedirettore. O forse responsabile degli articoli “Nord-Sud del Mondo”.

Nel 2001 io altri sette o otto amici abbiamo girato un film. Si chiamava “Ciliegia rosso sangue a Vignola”. Si trattava di un bell’esempio di splatter casalingo. Io ero uno dei protagonisti, il commissario Tony Ciccarelli. La storia era improbabile e raffazzonata, dato che veniva modificata ogni sabato pomeriggio, un quarto d’ora prima delle riprese, a seconda del tempo atmosferico, dell’umore generale, della necessità di aggiungere qualche personaggio perché c’era un amico che voleva partecipare. Le riprese sono durate otto mesi con una spesa di 400.000 lire per ricomprare la telecamera all’Elisa, visto che gliel’avevamo spaccata. Poi ci sono voluti sei mesi di montaggio e un lavoro da pazzi per inserire gli effetti speciali (sparatorie, inseguimenti in auto, etc). Abbiamo avuto un discreto successo locale (alcuni bar e l’Oratorio).

Nel 2002 io e molti amici abbiamo iniziato a girare un altro film, assai più ambizioso del precedente. Era una storia di mafia italo-americana ambientata nel modenese. Avevamo a disposizione un discreto parco armi e alcuni bauli di vestiti, oltre a chili di farina per fare la droga. Quella farina è ancora dentro a delle borse nella cantina dell’addetto al montaggio, ma sua mamma non l’ha mai saputo. Non mi ricordo la trama, ma ho degli appunti da qualche parte. Abbiamo anche simulato un pestaggio e una sparatoria all’interno della Farmacia di un amico, con la gente fuori dall’uscio che guardava e voleva chiamare la polizia, mentre un altro amico spiegava che si trattava di un film, solo che non gli credevano perché era vestito da donna, cioè in abiti di scena. Poi è arrivata l’estate e siamo andati in ferie e quando siamo tornati non avevamo più voglia di fare il film, quindi il progetto è stato abbandonato. Ho scoperto che anche nel cinema vero spesso capita così.

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Una volta ho scritto con una mia amica un giallo in tre volumi con più di cento personaggi, ambientato nel nostro bar. L’unico personaggio inventato si chiamava Rataplan ed era un cane dai super poteri. Ne scrivevamo un capitolo per uno che ci passavamo il sabato. Il bello è che ogni sabato il titolo doveva cambiare e quindi, a turno, dovevamo adattare la storia al nuovo titolo, deciso dall’altro. Adesso quella mia amica è diventata suora e non ci vediamo che una volta all’anno. L’unica copia del giallo ce l’ho io, perché la sua non ha potuto portarla in convento e non sa più dove sia finita.

Quando avevo 13 anni io e mio cugino abbiamo piantato sulla cima di una collina una bandiera rossa altre cinque metri. Poi scoppiò la Guerra del Golfo e i carabinieri andarono da mio zio a chiedergli se ne sapeva qualcosa o se si doveva pensare a una forma di segnalazione sovversiva.

Nel 2013, quando io e mia moglie ci siamo sposati, abbiamo preparato un lungo messaggio in bottiglia firmato da tutti gli invitati. Siamo andati in viaggio di nozze alle isole Eolie e abbiamo lasciato la bottiglia al largo, tra Panarea e Stromboli, promettendo che se qualcuno l’avesse trovata, in qualsiasi parte del mondo, noi saremmo andati là. Insomma: un pretesto per un viaggio in Nuova Zelanda o in Patagonia. Più probabilmente, nessuno avrebbe mai trovato la bottiglia. Invece no. In febbraio, circa tre mesi dopo il lancio, mi ha scritto un pescatore che aveva ritrovato il nostro messaggio. Dove? Nelle acque tra Panarea e Stromboli. Non si era mai spostato di lì, come una boa. Destino che dobbiamo tornare alle Eolie.

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La foto inviataci dall’amico siciliano che ha ritrovato la nostra bottiglia.

Un anno che non c’era posto nel treno ho viaggiato seduto sul portabagagli da Stoccolma fino a Bödo, in Norvegia, e ci ho anche dormito. Un mio amico faceva da mangiare nel bagno del treno, poi siccome non mi portava la mia razione, sono andato a cercarlo e non l’ho più trovato. Alla fine era sceso alla stazione di Oslo per farsi dare il numero di una tipa e aveva perso il treno. Ci siamo ritrovati sulla nave per andare alle isole Lofoten. Fu un incontro commovente.

Nel 2008 avevo pianificato con cura maniacale il mio bagaglio per visitare i deserti nel nord del Messico. Avevo portato di tutto, anche perché ero in solitaria. Fatto sta che la Compagnia Aerea perde il bagaglio e mi ritrovo a Città del Messico di notte col solo bagaglio a mano, contenente: macchine fotografiche, documenti, un diario da scrivere, la Bibbia e un potente ansiolitico per suicidarmi in caso che l’aereo precipitasse. Naturalmente sarei morto leggendo la Bibbia. Visto che il mio bagaglio grosso era irrimediabilmente perduto, comprai a Città del Messico uno zainetto e tutto ciò che è realmente indispensabile: sapone, spazzolino e dentifricio, due magliette, una felpa, una paio di jeans e uno di pantaloncini corti, calze, slip e un cappello. Con questa roba, leggerissimo, ho viaggiato un mese intero, leggendo Marquez in spagnolo e ogni tanto la Bibbia, giusto per. Dopo venti giorni mi telefona la Compagnia Aerea dicendo che avevano ritrovato il mio bagaglio. Beh, me lo feci rispedire in Italia. Bastava la poca roba che avevo con me.

Nel 2006 io e Giovanni, insieme in Brasile per volontariato, ci siamo spacciati per impresari di una società calcistica italiana. Il fatto è che alcuni ragazzi dell’istituto dove lavoravamo stavano andando a sostenere un provino per giocare nelle giovanili del capoluogo regionale. Noi due, vestiti di nero, telecamera e blocco degli appunti, ci siamo presentati in campo elogiando le capacità di quei ragazzini e dicendo all’allenatore che se non li pigliava lui, li prendevamo noi in Italia. Alcuni li presero, ma forse li avrebbero presi comunque.

Tra il 2005 e il 2006 ho cominciato a lavorare a un documentario sul disagio giovanile. Ho fatto 54 ore di interviste, alcune a Lisbona e altre a San Paolo del Brasile, poi mi sono rotto e ho buttato via tutto.

Nel 2007 ero a Panamà city e mi dicono che senza certificato di vaccinazione per la febbre gialla non mi fanno tornare a casa. Con l’aiuto di un compagno di ostello argentino ne abbiamo fatto uno falso e l’ho stampato in copisteria. Era scritto in Italiano, Spagnolo, Inglese e Dialetto modenese, ed era firmato dal Dr. Nick Riviera (personaggio dei Simpson). Alla dogana nessuno me l’ha chiesto e ho avuto il nervoso per tutto il viaggio.

Tra il ’97 e il ’99 ho fatto il DJ presso una radio locale. Si chiamava Radio Paradise FM ed era nata negli anni ’70, col boom delle radio libere. Avevo un programma il giovedì sera e il seguitissimo “dediche e richieste” la domenica mattina, dalle 10 alle 12. Poi la radio ha chiuso. Da allora ogni volta che mi capita di vedere il film Radio Freccia mi metto a piangere per la nostalgia.

Una volta abbiamo girato un video di tre minuti sulla musica di Beverly Hills 90210. Era la storia di un ragazzo cocainomane che viene abbandonato in campagna dagli amici dopo essersi strafatto. Io interpretavo uno dei fratelli del protagonista.

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