Lunghi viaggi on the road con neonati e piccolissimi? Si può!

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Descriviamo lo scenario. Avete sempre amato i viaggi itineranti e non importa come: in auto, in treno, in autobus… Purché ci si sposti. Chi ha raggiunto in interail Capo Nord, chi se n’è andato via terra in Cappadocia, chi con quell’autobus scassato ha macinato migliaia di km lungo la Panamericana. Solo che adesso c’è un’immensa gioia in più: il piccolino di casa (o la piccola, è uguale). Che sì, ti riempie il cuore, l’orizzonte e pure ahimè le notti, ma come un dogma biblico di conduce pure in catene al lettino e all’ombrellone, oppure in quell’appartamento in montagna, naturalmente in zona ben servita da pediatri, 118 e nonna Pina che non resiste tre ore senza spupazzarsi il nipotino. Insomma, fine delle avventure (e qualcuno dice pure del sesso, ma questo è un altro argomento).

È davvero così? Dipende. Io ho fatto coi miei figli, da subito, alcuni dei viaggi più belli della mia vita. Vedete, il fatto è semplice: i bambini vanno dove li porti e con mamma e papà stanno in paradiso di default; bisogna vedere se noi stiamo altrettanto bene con loro. Le necessità dei più piccoli sono minime: una tetta (o un biberon), il contatto coi genitori e tanta serenità. Non hanno bisogno di sentire, nell’aria che respirano, amarezza e nostalgia per le cose belle che “si potevano fare una volta” e ora non si fanno più essendo arrivato un cucciolo d’uomo in famiglia. Basta diventare, fin da subito, un team affiatato. Scoprirete allora che viaggiare coi piccoli è sì faticosissimo, ma anche altrettanto divertente; che cementa il rapporto di coppia grazie a buone dosi di ironia che si è costretti a imparare (e poi utilizzare nel momento del bisogno) ma soprattutto che così facendo i bambini crescono senza alcuna paura né del mondo, né di ciò che è diverso.

Partiamo dai neonati. Io e mia moglie, con la nostra bimba di 24 giorni, siamo partiti con una Clio per vagabondare in Francia e Spagna. Un mese in giro tra Paesi Baschi, Asturie, Provenza, Pirenei… migliaia di km, insomma. Siamo partiti che la piccola Maya non ne voleva sapere di stare nel suo seggiolino e protestava come un no global. Avevo preventivato sei ore per macinare 300 km, ma ce ne impiegammo tipo dodici, tra soste, cambi di pannolino, tettate, ruttino, etc. Arrivammo stravolti (alla prima tappa) chiedendoci chi ce l’aveva fatto fare. Ogni tanto la piccola – che meraviglia! – faceva cacche da dinosauro che debordavano dal pannolino contaminando il contesto, e mentre lei se la rideva (e pure mia moglie), io procedevo alla lavatura del seggiolino dopo apposita sosta nella piazzola dell’autostrada. In pratica, la prima tappa del cammino verso l’ironia. Detto questo, i pianti della signorina diventarono in pochi giorni sempre più rari, a parte le puntuali “colichette”, ma per fortuna a quell’ora facevamo in modo di stare in albergo. Successe in pratica quel miracolo che accade nella vita di ogni bambino con un po’ di impegno da parte dei genitori: si abituò. Guardava fuori dal finestrino, sorrideva “al cielo” mentre andavamo, riconosceva la musica rilassante che ogni tanto mettevamo su (allora erano per lo più CD di Ludovico Einaudi, colonna sonora delle nostre migliaia di km). Come bagaglio non serve molto: una quintalata di pannolini, piccola farmacia di bordo, scalda-biberon e ovviamente la carrozzina.

Un po’ più brigoso è viaggiare coi bambini svezzati, che pretendono giustamente la propria pappa. Noi abbiamo fatto anche quello per quattro anni dietro fila, prima con uno, poi con due figli e naturalmente non solo in paesi dalle condizioni igieniche impeccabili. Con Maya di un anno partimmo per la Turchia via terra: quattro giorni per arrivare a Istanbul, senza mai prenotare un hotel perché non sapevamo dove saremmo arrivati. Da là visitammo la Cappadocia e rientrammo per la Grecia e i Balcani. L’anno dopo con noi c’era anche il piccolo Filippo di due mesi e raggiungemmo Santiago de Compostela, poi il Portogallo e l’Andalusia. La logistica è più complicata che coi neonati, ovviamente. Noi montammo sul tetto dell’auto un portabagagli, nel quale sistemare la tonnellata di roba necessaria a preparare il cibo per i piccoli e creare la loro cameretta. Per il vitto avevamo una piastra elettrica con pentolini vari, una scorta di omogeneizzati di carne e frutta, pastine, brodi liofilizzati in busta, monoporzioni di parmigiano. Tutta roba in realtà usata quasi mai, visto che non è mai un problema trovare frutta o verdura freschi. Ogni mattina, prima di uscire dalla pensione/hotel/ostello/B&B o quel che è preparavamo il pasto per il piccolo di turno e lo mettevamo in un apposito thermos per pappe, in modo da poterglielo dare a pranzo. La sera, invece, il fanciullo mangiava prima di noi nella pensione/hotel/ostello/B&B e gli preparavamo tutto lì. Avevamo con noi il necessario per lavare le (poche) stoviglie e facevamo molta attenzione a usare solo acqua minerale in bottiglia per preparare i pasti dei bambini o lavare la loro frutta e verdura. Quando ci capitava di finire in posti igienicamente accettabili, facevamo preparare carne o riso o altro che tritavamo sul momento. Insomma, a parte il fantozziano sbattimento, nessun problema. In tutti questi anni io ho sempre beccato la consueta diarrea del viaggiatore, che non è mai toccata a nessuno dei miei figli, grazie alle attenzioni per la loro alimentazione. E per dormire? Avevamo due lettini smontabili acquistati su internet, comodissimi, che il sottoscritto provvedeva ogni given day a portare nella pensione/hotel/ostello/B&B e a montare. Faticoso? Un sacco, ma con ottime prospettive per il futuro. E i bimbi, in questi lunghi viaggi, si sono mai ammalati? Certo, come a casa. Influenza, faringite, etc. Ebbene, abbiamo scoperto che i pediatri, quando necessario, ci sono anche all’estero, dove vivono milioni di bambini come i nostri. Ci siamo rivolti a qualche guardia medica più volte in Spagna, ad esempio, dove non abbiamo pagato mai nulla e i nostri piccoli sono stati oggetto di grandi attenzioni dai medici. Devo anche dire, tuttavia, che è sempre bastata la tachipirina, a parte una volta l’antibiotico per una tonsillite un pochino più severa. Un anno siamo andati via con la nostra bimba che si era rotta il braccio prima di partire (la sera prima. Che sfiga) e dunque aveva il gesso. Naturalmente, anche qui, nessun problema. Siamo stati via due settimane in Bretagna e Normandia, siamo tornati a casa a togliere il gesso e il giorno dopo, su approvazione “divertita” del medico, eccoci in viaggio per un’altra destinazione.

In conclusione, ne vale la pena? Un miliardo di volte sì: la fatica – tanta – si dimentica, mentre l’ironia, i bei ricordi, le risate, quell’avventuroso spirito di gruppo che rende la coppia una famiglia, un “noi”, restano. E se avete poco tempo, magari due settimane? Vi dico quello che avrei fatto io. Ci saremmo ritirati all’estero in una città, in appartamento, per vivercela pienamente come cittadini del posto; senza fretta, mescolandoci con la gente. Parigi, Edimburgo, Madrid o Berlino, ad esempio.

Oggi i miei bimbi hanno sei e otto anni. La più grande è stata in 24 Paesi. Ha mosso i primi passi in Turchia, dove ha compiuto un anno, e mi ha sorriso per la prima volta, accarezzandomi il viso, a Cassis, in Francia. Lo ricordo perché in quel momento mi sono innamorato di lei. La prima parola l’ha detta a Rila, in Bulgaria, ed era il verso della rana. Il parco giochi preferito dei miei figli – ne parlano tuttora – si trova ad Argamasilla de Alba, nella Mancha spagnola, vicino ai mulini a vento (è un parchetto insignificante dove tutto è in tema mucca), e tra la cose più belle che Filippo abbia visto ci sono l’Acquario Pianeta Blu di Copenaghen e lo zoo di Berlino. E’ bello vederli che, allegri, si caricano il loro zaino in spalla e pianificano insieme a noi gli itinerari sulle cartine, carichi a molla. Mi viene da dire… tale padre, tali i figli.

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