Le Terre di Canossa: un tuffo nel medioevo tra le splendide colline reggiane

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Si dice ancora “Andare a Canossa”, in riferimento a qualcuno che è costretto a umiliarsi, a fare atto di sottomissione. L’espressione deriva da un fatto storico avvenuto proprio a Canossa, sull’Appennino reggiano, nell’inverno del 1077, quando l’imperatore Enrico IV dovette pazientemente aspettare per tre giorni fuori dall’uscio del castello, prima di essere accolto e perdonato da papa Gregorio VII, grazie alla benevola – e interessata – intercessione della Grancontessa Matilde di Canossa. Quando ho raccontato il fatto alla mia bimba di sei anni, proprio mentre andavamo a Canossa (non a umiliarci, ma a visitarla), ha commentato: «Cavolo, papà, ma allora facevano le cose proprio sul serio: aspettare così tanto senza mangiare, bere, parlare, dormire, fare la pipì… Chissà che cosa gli avevano promesso». E pensate che il detto si usa anche in altre lingue: dall’inglese (go to Canossa) al tedesco all’ebraico.

Arrivare a Canossa è facile da tutta Italia, visto che c’è una comoda uscita sull’autostrada A1 (Terre di Canossa – Campegine). Da qui la strada attraversa un piacevole scenario collinare che si fa un po’ più impervio avvicinandosi alla destinazione. In alcuni tratti la vegetazione si dirada, come fossimo in alta montagna, anche se ciò è dovuto solo alla natura del terreno argilloso. Siamo in zona di calanchi, quelle cicatrici argentate che si aprono lungo i primi rilievi emiliani, a testimoniare la presenza di un antico mare. Non è raro trovare conchiglie fossili. Proprio in primavera il paesaggio calanchico è particolarmente suggestivo, perché la natura sterile della terra, che ha un aspetto sabbioso e lunare, contrasta con la forza della primavera. Ogni angolo è un tripudio di fiori – colza, ginestre e margherite – abbarbicati lungo le colate di argilla color cenere. Quando eravamo piccoli, questo mondo sofferto e franoso era per noi teatro di avventure. Non mancava nulla: il fango, le discese ardite (e le risalite…), i fossili, il senso di trovarsi lontano da casa.

Mentre il Castello che fu della Grancontessa Matilde è assai malridotto (sic transit gloria mundi…), rimane sostanzialmente intatto quello, vicinissimo, di Rossena, che consiglio caldamente di visitare soprattutto se avete bambini al seguito. Il castello sorge su una rupe vulcanica dal colore rossiccio, proprio di fronte a una torre di avvistamento, la quadrangolare Torre di Rossenella. L’austera Rocca si sviluppa su tre livelli, con una cisterna ora vuota, il refettorio, la sala d’Armi e la classica umida prigione da cui la fuga era un’utopia. Dai camminamenti si gode un bellissimo panorama sul sottostante borgo di Rossena, sulle rovine del castello di Canossa e poi via via fino alle cime più alte dell’Appennino reggiano, attualmente ancora innevate.

Al castello si può accedere solo con visita guidata. Chi come me preferisce la libertà, subito potrebbe storcere il naso, ma vi assicurò che dovrà ricredersi. La visita è infatti curata dai bravissimi volontari di un’associazione locale: tutta gente del posto innamorata del “proprio” castello, che vi delizierà con aneddoti e storie, anche di fantasmi, perfette per incorniciare con un’aria fiabesca questa finestra aperta sul medioevo.

Info per la visita qui.

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