In cammino, per la prima volta

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Io non sono mai stato un grande camminatore. Cioè, amo andare in montagna, non mi tiro indietro davanti alla proposta di un’escursione e quando mi trovo in qualche città la giro dalla sera alla mattina a piedi. Come tanti di noi, penso. Ma da sempre sono attratto dalla lentezza che viene associata al camminare. Ritengo anzi che sia la dimensione più umana e vivibile di viaggiare e muoversi. A correre c’è sempre dietro un aspetto competitivo – almeno con se stessi – un obiettivo che ti dai e adesso anche qualche app che aiuta a farlo meglio. Solo che camminando non si arriva molto lontano, a meno di non possedere la più immensa ricchezza di questo mondo: il tempo. Camminano solo i bambini e i re. I re della propria vita, intendo.

Nel cuore ho sempre covato il desiderio di compiere qualche grande pellegrinaggio a piedi. Non dico la Via Francigena, che richiede diversi mesi, ma il Cammino di Santiago sì. Ammetto di sognarmelo di notte. Perché le persone che tornano da queste esperienze le trovo trasfigurate. Se preferite, dei pacifici UFO. Negli ultimi tempi ho avuto modo di ascoltare i racconti e le riflessioni di un amico scrittore, innamorato del Cammino di Santiago. E mi diceva una cosa che poi è diventata un tarlo buono: “Ti rendi conto che a piedi arrivi dove vuoi e che fai parte di una comunità che cammina insieme a te, da sempre. Camminare ha un valore sociale”. Cazzo, pensavo io, come ha ragione.

Veniamo ai fatti, allora. E anticipo che sono un’inezia. Ma davvero, se la stanza è buia, basta accendere una candela e… Miracolo, ci si vede. Così ti riconosci per quello che sei. Quante cose si distinguono, in un luogo buio, grazie a una misera candelina! Diverso è se il nostro cuore fosse già pieno di luce: allora fiammella più, fiammella meno, cambierebbe poco.

A una ventina di km da casa mia, sulle colline, c’è un Santuario dedicato alla Beata Vergine della Salute. Si trova in un borghetto chiamato Puianello. Da là, nelle giornate limpide, lo sguardo arriva lontano: scavalca tutta la Pianura Padana con le sue città, i campi e i fumi biancastri delle ceramiche, fino alle Prealpi. Adesso sono ancora leggermente imbiancate e paiono nuvole all’orizzonte. Ebbene, dovete sapere che all’inizio di quest’anno la mia bambina è stata ricoverata in ospedale. Alla fine nulla di grave, ma ammetto che mi sono spaventato molto e lo testimoniano alcuni miei capelli diventati candidi come la neve delle Prealpi, appunto. Andai al Santuario, dove mi reco ogni tanto quando ho voglia di un po’ di pace, e dissi che se fosse andato tutto bene, sarei salito a piedi da casa mia, per ringraziare.

Sono passati quattro mesi da allora e tutto si è risolto. Ho atteso una giornata di sole per fare il primo cammino della mia vita. Che non è stata una cosa epica, eppure si è trasformata in una meraviglia per l’anima. Erano le sette e mezza del mattino, sabato scorso. Dopo una colazione al bar, mi apprestavo a partire. E lì, davanti a casa – io che bazzico spesso per i social, scrivo, racconto, fotografo, etc. – mi sono detto: “Forse c’è qualcuno che vuole idealmente venire con me. Che ha bisogno”.

Volete sapere che cosa ho provato al pensiero? Imbarazzo. Vergogna. Paura.

Perché di Dio, di Gesù, non si parla in pubblico, a meno che tu non sia un prete. E poi in quel caso guai a farlo in pubblico: meglio un luogo deputato – la chiesa – e a porte chiuse, per non disturbare gli altri. Gesù è tabù, che fa anche rima. Come i debiti e le abitudini intestinali. Pensate che sul conto io sono un fisico, un ricercatore, quindi uno che ovviamente dovrebbe credere, a stare larghi, nella bellezza pura e sublime della matematica, propria solo della più grande arte (cit. Bertrand Russell). E al massimo nello Yoga e in Vasco Rossi (che comunque mi piace moltissimo).

Premesse tutte ‘ste pippe mentali che molto spesso agiscono come un’insopportabile zavorra verso il bene, per definizione leggero quanto l’elio, prima di mettermi in cammino ho preso il telefono, mi sono scusato e ho raccontato su Facebook il mio intento. Ecco il testo del post, copiato pari pari:

“Carissimi amici, condivido con voi una bella cosa, vincendo pure un pochetto di imbarazzo. Come forse gli amici ”più stretti” ricordano, all’inizio di quest’anno la mia bimba è stata ricoverata in ospedale. Alla fine si è trattato di un’infezione ai linfonodi del collo, è andato tutto bene, lei adesso sta benissimo, ma allora ci siamo spaventati molto. Oggi, per ringraziare, mi incammino verso il santuario della Madonna di Puianello, che da casa mia sono tipo 18-20 km. C’è una bella salitona finale dove ci lascerò il fiato perché non sono molto allenato, ma da sopra lo sguardo attraversa tutta la foschia della pianura fino alle prealpi lombarde. Nelle prossime 4-5 ore sarò in cammino. Porto idealmente con me, nel silenzio, chi lo desidera. Se avete qualche intenzione di preghiera, qualche disperazione o ombra nel cuore, mandatemi nelle prossime 4 ore un messaggio privato. Ogni tanto mi fermo e leggo. E consegno tutto insieme ai miei ringraziamenti.”

Sono partito con un senso di liberazione, dopo aver passato l’indice su “Condividi”, cosa che faccio almeno una volta al giorno per raccontare di viaggi, lifestories, cultura, people, libri e sticazzi vari (cit. l’amico Zerocalcare). Però mai come in quel momento mi è sembrato di “condividere” qualcosa con qualcuno.

Alla fine della sua splendida vita, Tiziano Terzani lamentava di aver viaggiato troppo in fretta, guardando il mondo come si ammirano i fiori da un cavallo in corsa. Io conosco a memoria i 18-20 km che portano al santuario di Puianello. Non esagero a dire che, camminando, mi è sembrato di non esserci mai stato. Tutti quei papaveri, anche sul bordo della scarpata e non solo sui campi, che ho avuto modo di ammirare con calma. Ci sono querce e nidi sulle querce e storie appese ai tronchi di questi alberi. Alcune le conoscevo già – di ragazzi morti in tragici incidenti – ma non le avevo mai lette, né avuto un pensiero verso quei fiori di plastica, le lettere degli amici più volte inzuppate dalla pioggia e rinsecchite dal sole. Altre sono storie di vita. Nel 1983 un uomo e una donna, salendo al Santuario, persero il controllo dell’auto e si fermarono addosso a quel benedetto albero X, che evitò la tragedia di finire nella scarpata. E c’è un biglietto che lo racconta. Case che non avevo notato, bambini che adesso hanno un nome, scorci, ciclisti che mi hanno salutato invece di essere una noiosa fila da superare in auto. Tanto silenzio dentro.

Mi hanno scritto a decine, con centinaia di like, e il fatto mi ha lasciato sorpreso. Era tutto un “dlin dlin” dal telefono: prega per la mia famiglia, che sono sempre dietro a litigare; prega perché ho un cancro e forse non vedrò crescere i miei figli; prega per i miei due amici che cercano un bambino e non arriva; prega per Alfie, per la pace nel mondo, per la Siria, per il nostro Paese… Messaggi così belli e commoventi… Mi dispiaceva “non avere tempo” per scrivere almeno una pagina in risposta a tutti. Gente che non conosco che mi ha riassunto la propria vita, le proprie disperazioni. Tutto perché ho detto: Io vado là. Se qualcuno ha qualcosa da chiedere, farò il postino così ci andiamo idealmente insieme”. Ed è consolante vedere che tutti noi abbiamo bisogno di belle cose, di buono, di trascendenza, di affidarci, di sperare, di raccontarci, di vincere quella maledetta pesantezza nel nostro cuore che affossa il bisogno di aprirci agli altri.

Non sapendo come pregare per tutti, mi sono arreso a scegliere la preghiera dei semplici. La più noiosa (si addormentava anche Santa Teresa del Bambin Gesù). Il Rosario. Non avevo una corona con me, allora ho contato con le dita come i bimbi. Ne ho detti tre o quattro. Intanto scivolavano davanti a me i panorami delle colline modenesi, dilaniate da quei calanchi grigi che raccontano di un vecchio mare; il borgo di Castelvetro – per me uno dei più belli d’Italia – circondato dai vigneti del Lambrusco, con le sue torri, il campanile, e i campi che aspettano di maturare nel mese di giugno; la lunga strada che fiancheggia il torrente, quando inizia la salita alle colline, i rovi fioriti e qualche salice che sfiora l’acqua con le dita, che non so perché mi ricorda mia nonna che raccoglieva radicchi (gli strecapògn in modenese), e poi su fino a Levizzano, l’ultima località prima di Puianello, e la via che diventa ripida negli ultimi chilometri.

Arrivato al Santuario, ho guardato la landa padana, azzurra nella foschia. Quell’immensa pianura che sembra arrivare fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare, come cantava Guccini. E intanto “dlin dlin” dal telefono: ancora intenzioni di preghiere, da credenti e non credenti – perché non si sa mai, metti che sono in torto, come ha scritto una simpatica signora. E come diceva anche Benigni in “Berlingur ti voglio bene” («Noi si bestemmia, ma se poi siamo in torto?»). Mi sono fermato più di un’ora solo per rispondere una riga a tutti. Ma i messaggi continuavano a piovere. Anche dopo, a casa. Pure la sera a cena. Il giorno dopo. Fino a ieri l’altro. Con la gente che scrive: “Se sono ancora in tempo, ti chiederei…”

“Se sono ancora in tempo”.

Ce l’ho sempre nelle orecchie ‘sta frase.

Quello che state leggendo è un blog di viaggi, turismo il più possibile consapevole, luoghi poco noti, lifestories, cultura, libri da mettere in valigia, Emilia Romagna e ‘sticazzi (cit. sempre Zerocalcare). Da oggi nasce anche la sezione “In Cammino”. Per rispondere alla signora di prima: sì, siete in tempo. Siamo in tempo. Cercherò di continuare a camminare come pellegrino, portando testimonianza. Quando riesco. Viaggi piccoli e spero anche molto lunghi, piacendo a Dio.

È vero: la lentezza ha un valore sociale. Camminare, pregare, condividere i nostri pesi tra sconosciuti, anche solo col cuore e la fede, rivela una forza terapeutica che mi era nota solo in teoria. Ma ci speravo pure in pratica. Così mi dico: Buen camino, come risuona lungo la via per Santiago da più di mille anni.

 

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