Il “Cuore dei cuori”: una storia d’amore e poesia, ambientata tra Lerici e Roma

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Partiamo dalla fine: Linea B della metropolitana di Roma, stazione “Piramide”. Siamo nel quartiere Ostiense, subito fuori Porta San Paolo. Uscendo dalla metro c’è una strada trafficata, con auto che vanno e vengono da tutte le parti, ma lo sguardo viene catturato dalla mole perfetta e candida della Piramide Cestia, da cui la stazione prende il nome. È uno dei monumenti più curiosi di Roma, completato nel 12 a.C. Se uno non lo sa, dice: «E adesso che faccio?» perché senza nulla togliere al quartiere Ostiense, la Piramide non è di solito visitabile e quindi pare non ci sia granché da vedere.

Come al solito, invece, non è vero. L’alto muro che abbraccia la Piramide e corre lungo Via Marmorata cinge uno dei tesori più romantici della nostra Capitale: il Cimitero Acattolico, molto frequentato dagli artisti e dai gatti. A proposito: la colonia felina locale – I gatti della Piramide – è assai nota a Roma e i volontari che se ne occupano hanno sempre bisogno di una mano (info qui). Chiusa la parentesi.

Nel Cimitero Acattolico (o Cimitero degli Inglesi) riposano tanti stranieri che hanno amato la Città Eterna. Quest’isola rigogliosa, all’ombra di antiche vestigia archeologiche, custodisce quel che resta delle loro esistenze, ormai così lontane da noi. Vite che sono diventate storie. Dormono qui l’esploratore americano Thomas Jefferson Page, l’attrice Belinda Lee, gli italiani Carlo Emilio Gadda, Bruno Pontecorvo e Antonio Gramsci. Nel muro di cinta si aprono poi due finestrelle, in modo che i visitatori possano gettare un pensiero, anche quando il cimitero è chiuso, su due fra le sepolture più celebri: quella del poeta John Keats, morto a Roma nel 1821 a soli venticinque anni, che riposa accanto all’amico Joseph Severn. L’iscrizione sulla sua lapide dice: Qui giace un uomo il cui nome è stato scritto nell’acqua.

La nostra storia ci porta a passeggiare tra le tombe fino all’angelo che piange, accasciato sulla pietra con le sue ali ripiegate; è una delle sculture più toccanti del Cimitero, opera di W. W. Story in ricordo della moglie. Lì accanto spicca una lapide bianca, su cui raramente mancano i fiori. Sul marmo c’è scritto “Cor cordium”. Cuore dei cuori, in latino. Due parole volute da una donna per cingere in un abbraccio l’amore della propria vita. Quella donna era Mary Shelley, l’autrice di “Frankenstein”; l’uomo si chiamava Percy Bysshe Shelley, marito di Mary nonché uno dei più celebri lirici romantici inglesi dell’800.

Facciamo un passo indietro, lasciandoci alle spalle la trafficata Roma, e risaliamo il Tirreno fino a quell’angolo di Liguria dove gli Appennini sovrastano un mare color giada, nell’incanto delle Cinque Terre. Arriviamo al borgo di Lerici, più precisamente la frazione di San Terenzo, dove sorge anche adesso Villa Magni, l’ultima residenza di Shelley. Nell’estate del 1822 il giovane poeta – avrebbe compiuto trent’anni di lì a poco – salpò da Livorno con la goletta “Ariel” per tornare a Lerici dalla moglie. Non ci arrivò mai: la goletta venne travolta da una tempesta e affondò. Il corpo straziato di Shelley venne ritrovato sulla spiaggia di Viareggio e, secondo le leggi vigenti all’epoca, sepolto in loco. Solo in seguito e dopo molte insistenze il corpo venne riesumato e cremato sulla medesima spiaggia, alla presenza dell’amico e anch’egli noto poeta Lord Byron.

Si narra che il fuoco consumò tutto il corpo di Shelley tranne il cuore. Venne raccolto dai presenti e consegnato alla moglie inconsolabile, che lo conservò fino alla propria morte come una reliquia. Le ceneri del poeta vennero invece sepolte nel Cimitero Acattolico di Roma. L’epigrafe della lapide, su desiderio di Mary Shelley, riporta l’iscrizione COR CORDIUM, insieme a un verso di Shakespeare: Nothing of him that doth fade, but doth suffer a sea change, into something rich and strange.

Parlando del marito defunto, Mary scrisse: La mia vita è nella luce dei suoi occhi e la mia intera anima è completamente assorbita da lui. Leggenda vuole che molti anni dopo, quando anche lei morì, aprirono la scatola in cui aveva conservato il cuore dell’adorato Percy, avvolto in un panno di seta. Il cuore si sbriciolò, diventando un pugno di polvere.

SE VOLETE SAPERNE DI PIÚ

Oltre ad andare sia a Lerici che al Cimitero Acattolico di Roma, vi consiglio un libro da leggere e un film.
Il libro: “Gli ultimi giorni di P. B. Shelley. Con nuovi documenti”, di Guido Biagi (La Vita Felice).
Il film: “Gothic” di Ken Russell (1986)

©DEVISBELLUCCI Se copiate il testo senza chiedere subirete l’ira mia e di Quelo, a cui sono assai devoto dagli anni ’90.

2 comments

    1. Ciao Annalisa, la storia è vera. Ti consiglio di leggere il libro che ho indicato e guardare il film. Un altro libro che posso consigliarti è “I ragazzi che amavano il vento”, edito da Feltrinelli. Se poi desideri scrivere tu un racconto, magari è corretto indicare che la tua storia è ispirata a quella del poeta Shelley e di sua moglie Mary. Un abbraccio e buona scrittura, Devis

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