La magica storia del faro assediato dal deserto

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C’era una volta un faro, abbarbicato su una scogliera danese a tenere a bada il mare del Nord, là dove comanda il vento. Il fatto è che ci sono luoghi nati liberi, ai quali bisogna voltare le spalle; al massimo contemplarli, portarsene a casa la voce e il respiro, quindi andarsene lasciandoli intatti, padroni di sé.

Era l’inizio del ‘900 a Rubjerg Knude, nella Penisola dello Jutland, vicino alla città di Lønstrup. Abbiamo costruito il nostro faro su un pezzo di terra martoriato dal fragore delle onde, dove già allora non c’erano alberi. Solo animali al pascolo nella brughiera. E siamo stati a guardare.

Il mare, da subito, ha iniziato a gridare tutta la propria solitudine, cominciando a divorare la costa come il drago della fiaba, ma senza fiamme. Noi ci siamo impegnati a costruire rinforzi e abbiamo portato molto cemento per spingere il confine più in là. Tutto inutile. Si dice che in quei giorni il custode passasse ore inebetito sulla cima del faro, ammirando la colossale opera di disfacimento della terra che cede il passo all’acqua.

Faro insabbiato - Studio 4 - Danimarca - Agosto 2017

Poi arrivò la sabbia, portata dal vento. Dorata e distruttrice. Nacque un deserto che sommerse le case, i giardini, gli alberelli che abbiamo piantato per guadagnare tempo. Nel 1968 il custode spense la luce del faro e se ne andò, abbandonandolo al proprio destino. Sarebbe crollato di lì a poco, dissero, perché ormai fremeva da tempo come un tronco secco. Qualcuno provò anche a tornare, testardo. Costruirono sulla sabbia una minuscola caffetteria: il luogo era infatti ricco di fascino e la gente andava e veniva; tirarono su pure un museo. Ma il mare alzò la voce come il lupo nella fiaba dei tre porcellini, e i mattoni volarono via.

Oggi il faro di Rubjerg Knude è un guscio vuoto che si ostina a restare in piedi. Attorno, dune di sabbia alte decine di metri, che si spostano trascinate dal vento. In estate il deserto pare una montagna di minuscoli specchi. Si fatica a tenere gli occhi aperti, a camminare. Ovunque sbucano travi, grondaie, grossi pezzi di metallo consumati dalla salsedine: le tracce del piccolo mondo di qui. I visitatori sembrano esuli in fuga dopo qualche flagello. Esplorano le rovine, che hanno i giorni contati. C’è gente che sale sulla cima del faro, grazie a una scala metallica piuttosto instabile. Da sopra è triste e rivelatore seguire la pena dei gabbiani, le loro grida nell’azzurro.

Altri raccolgono dalla sabbia, prima di andare, chi un frammento, chi un mattone ricordo. Ce ne sono a migliaia. Come se la strada di mattoni gialli del Mago di Oz si fosse per sbriciolata per sempre davanti ai nostri occhi. Non ci sarà più modo di arrivare alla Città di Smeraldo, racconto alla mia bimba mentre torniamo indietro. A meno di non ricostruire la strada da un’altra parte, un pezzo alla volta.

Se volete vedere il faro, prima che sia troppo tardi

Il faro si trova appunto a Rubjerg Knude, nell’estremo nord della Danimarca, tra le cittadine di Lønstrup e Løkken. Dalla statale 55 potrete ammirare da lontano le dune che scintillano e quindi è impossibile sbagliare destinazione. A un certo punto c’è un minuscolo parcheggio (che in estate si riempie in fretta), l’unica possibilità per lasciare l’auto. Da qui serve mezz’ora di cammino per raggiungere le dune, che vanno scalate (niente di drammatico: i miei figli l’hanno fatto e avevano 4 e 6 anni) per arrivare al faro. Caldamente raccomandati un foulard e un paio di occhiali per ripararsi dalla sabbia che svolazza ovunque.

©DEVISBELLUCCI Se copiate il testo senza chiedere subirete l’ira mia e di Quelo, a cui sono assai devoto dagli anni ’90.

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