Rocca Calascio, sui monti abruzzesi: a un passo dal cielo

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Quando mi domandano di un castello italiano della cui bellezza non ci si capacita, io penso sempre a Rocca Calascio, in provincia dell’Aquila. Ok: il maniero in sé è diroccato, quindi se uno si aspetta saloni affrescati, mura turrite con camminamenti di ronda e magari qualche figurante in abiti medievali, rimarrà deluso. Manca anche il museo degli strumenti di tortura, che attrae e ripugna tutti noi (cit. Woody Allen). Vi anticipo però che, tra i visitatori, si contano pochi delusi.

Il fatto è che chi arriva a Rocca Calascio, abbarbicata su un angusto crinale a oltre 1400 metri di quota, ha già dimenticato per strada ogni sete d’arte e belle architetture, grazie al panorama travolgente.

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Siamo nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, a poca distanza dalla piana di Campo Imperatore. Lo vedi da lontano, il castello, che svetta color miele tra le cime. Pare irraggiungibile là sopra e in effetti è uno dei più elevati d’Italia. Alla base della Rocca, l’antico borgo medievale di pietra, abitato da una manciata di persone che si contendono il silenzio e la profondità del cielo.

Per salire è consigliabile affidarsi al bus navetta, quando disponibile: la strada si annoda sul fianco della montagna, con forti pendenze che possono dare qualche difficoltà (al mezzo meccanico e al pilota di turno, vedi il sottoscritto). Una volta arrivati, non c’è molto da fare a parte la religiosa contemplazione delle cime rocciose che salgono dalla foschia. La vista è tra le più suggestive d’Abruzzo, col massiccio del Gran Sasso, i Monti Marsicani e il Velino-Sirente.

Un sentiero molto agevole porta all’oratorio di Santa Maria della Pietà, una chiesetta assai fotogenica che risale alla fine del ‘500; le sue forme eleganti contrastano con la mole possente del castello. Leggenda vuole che la popolazione del luogo, assediata dai briganti, abbia trovato rifugio proprio qui. Purtroppo, con ogni probabilità, la troverete chiusa.

Nel tempo Rocca Calascio ha incantato tutta una serie di registi, facendo da set naturale a diverse produzioni nazionali e internazionali, come Lady Hawke (di Richard Donner, 1985), L’orizzonte degli eventi (di Daniele Vicari, 2005) e The American (di Anton Corbijn, 2010), giusto per citare i primi che trovo.

Quando sono andato io la prima volta era luglio. Non lontano dalla chiesetta che vi dicevo, c’erano alcuni ragazzi con un paio di tende. Non so se sia permesso o meno il campeggio in paradiso, ma poco importa. Scendendo sulla terra con la navetta, ripensavo alla notte stellata che avrebbero visto da lassù, alla Via Lattea distesa da una vetta all’altra come un arcobaleno perlaceo, le ombre nere delle torri e il sibilare del vento gelido fra l’erba. Anche col rischio di pagare una multina, ne sarebbe valsa senz’altro la pena.

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