La storia dell’ultimo fiammiferario

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Gli incontri dell’infanzia raramente vanno perduti. È forse per quell’atteggiamento d’amore e fiducia, privo di giudizio, con cui i bambini guardano il mondo. Era una primavera di più di trent’anni fa quando ho conosciuto il signor Renzo Masi, ma la sua storia dentro di me non è mai sbiadita. Mi ricordo che era stato freddo, prima: un inverno gelido e candido sulla nostra Vignola, di quelli che non passano ormai più, a infagottare le case e i vicoli sotto una coltre di neve alta appunto come un bimbo delle elementari, come me allora e mia figlia adesso. I fili della luce si spezzavano, i bordi del fiume Panaro dormivano nel ghiaccio grigio azzurro e potevi camminarci sopra per un poco, dando la mano alla nonna.

La primavera tornò a imbiancare per la seconda volta le colline e la valle, nello sfavillare magico dei ciliegi fioriti, e sentivamo già aria di vacanza. Quel giorno però la maestra aveva preparato un incontro speciale. C’era un signore sorridente e gentile, che entrò nella nostra aula tappezzata di carte geografiche e appoggiò sulla cattedra uno scatolone. Ci salutò, ci chiese come stavamo (“Beeene!” tutti in coro) e poi tirò fuori dall’imballaggio artigianale un calessino. Era fatto di fiammiferi di legno usati. Tranne i cavalli: quelli erano di terracotta. Andammo tutti in fila ad ammirare la creazione, mentre io ripensavo alla Piccola fiammiferaia, tristissima favola di Andersen raccontataci di recente in classe.

La storia di Renzo Masi però non è triste. Sa invece di pazienza e dedizione. Tutte virtù che scaldano i cuori dei più piccoli e fortunatamente anche la parte bambina del nostro cuore cresciuto. Per anni questo signore della Vignola di un tempo ha costruito un patrimonio di architetture – ma anche carrozze, natanti, ponti, etc – utilizzando solo fiammiferi usati e colla. Ricordo le vecchiette di allora che non buttavano i loro fiammiferi per darli al signor Masi, capace di costruirci chiese e fortezze. E in effetti il bello è che gran parte della materia prima era donata dalla gente. Ciò che non era più utile diventava spunto d’ispirazione.

Tra le opere del fiammiferaio spiccano i tanti castelli della nostra Emilia, in quella che è una testimonianza semplice e preziosa del legame che unisce un uomo alla propria terra. E poi, i grandi monumenti d’Italia e d’Europa: la torre Eiffel, quella di Pisa, il gigantesco duomo di Milano – forse il suo capolavoro – realizzato con ben 33.000 fiammiferi. Capitava di vederlo all’opera durante i mercatini dell’annuale festa con cui Vignola celebra la fioritura dei ciliegi. Renzo stava lì, su un tavolo, in mezzo ai suoi manufatti. Salutava la gente e raccontava il come e il perché.

Uno di noi disse: “Sarà molto ricco, coi soldi che guadagna a venderle”. Lui rispose, spiazzandoci, che i figli non sono in vendita. Stesse parole usate da un pittore/scultore che avevamo conosciuto qualche tempo prima, sempre per iniziativa della maestra. Ci rimasi deliziato. Come ogni volta, appunto, che ho incontrato la gratuità: quel fare il bene che basta a se stesso in quanto accarezza l’anima. Ancora di più, mi piacque come il signor Masi aveva iniziato la sua opera. Ho dovuto passare un lungo periodo chiuso in casa ammalato. Allora avevo il morale proprio  a terra. Immaginare prima, e costruire coi fiammiferi poi, mi ha aiutato a passare il tempo e superare la tristezza.

Allora è stata una buona malattia, pensai. E ne parlammo anche dopo, in classe: le difficoltà possono diventare spunto per grandi cose.

Oggi quel calessino di fiammiferi, che vidi sulla cattedra più di trent’anni fa, è qui davanti a me. Sul mio tavolo, mentre vi scrivo. Me lo ha donato la figlia di Renzo, quando in passato raccontai la sua storia su una nota testata. Andai con lei nel deposito delle cose di papà e mi disse: scegli quella che ti piace di più. Non volevo: era un dono troppo bello. Poi mi sono arreso alla gioia e senza alcun dubbio ho riconosciuto un pezzetto dei miei ricordi. Adesso lo conservo come una reliquia, insieme a una seconda opera. “Ne devi prendere due, perché hai due figli” disse infatti la figlia di Renzo dopo che avevo scelto il calesse. Così arrivò a casa mia anche un vascello con tanto di mercanzie sistemate sul ponte e albero maestro.

Quando mio figlio chiede: “Ma come ha fatto a piegare i fiammiferi per fare le ruote del carro? Non si spezzano?” io rispondo con le parole dell’artista. “Voi non credereste mai, ma in ogni scatola c’è sempre qualche fiammifero speciale, che si lascia modellare senza rompersi. Vanno cercati e messi da parte uno a uno, senza fretta, perché sono i più importanti”.

Il vero problema oggi non è distinguere il fiammifero docile tra i tanti secchi e rigidi: è che purtroppo non si usano quasi più. Non ne avremmo quindi mai abbastanza in dono dai vicini, dagli amici, da chi passa per la strada e ci riconosce, per farne un giorno il Duomo di Milano. Se anche avessimo la stessa arte dell’ultimo fiammiferaio.

Se volete vedere le opere del signor Masi

Purtroppo la preziosa collezione di miniature del signor Renzo Masi non ha la dimora fissa che meriterebbe per essere visibile a tutti. Normalmente, vengono organizzate delle esposizioni temporanee durante l’annuale Festa dei Ciliegi in fiore, che si tiene a Vignola tra marzo e aprile.

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