Un piccolo segreto romantico nel delta del Po: il ponte di barche di Gorino (rifugio di noi romantici)

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Quello che mi colpì del ponte di chiatte fu il rumore che faceva. Immagino capiti anche a voi che a scrivere le nostalgie non siano tanto le immagini – anche se il grosso dei nostri ricordi procede per colori, luci e ombre – ma i suoni, o i profumi. Ad esempio, quando stavo a San Paolo del Brasile, nella mia adorata periferia fatta di case basse in perenne costruzione, tanfo pungente di smog che si mescola con la pioggia e aquiloni neri che tremano nel cielo, ogni qualche mattina passava il furgoncino del gas, lentamente, a ritirare le bombola vuota in cambio di una piena (e di soldi). Si annunciava con un suono di flauto: una musica dolce, onirica, che scivolava lungo la strada e che forse non risentirò mai più.

Anche il ponte di chiatte di Gorino, nel ferrarese, parla di una voce unica. È quella del legno che si sforza, i tiranti che oscillano nell’aria, l’acqua del fiume che sbatte, lentamente, sulle pance grigie delle barche. In estate è un coro folle di cicale e zanzare, che ti sembra quasi di sentire in giro il fumo di uno zampirone, ma forse è solo un déjà-vu per via della nostra infanzia in Riviera. D’inverno, invece, gli insetti tacciono, congelati nella nebbia densa come ambra.

Il bello è che il ponte non fa la propria funzione da solo. Quando si profila lontano un motoscafo, infatti, entra in gioco lui. Il guardiano. Quello che ho conosciuto io, anni fa, era un vecchio pescatore in pensione con una grossa cicatrice sul petto. Per colpa di un infarto, disse. E intanto saliva in capo alla macchina che serve per aprire il ponte. Lo guardai curioso. Ricordava un po’ Il castello errante di Howl di Miyazaki, e un po’ le gru intente a ripescare la nave affondata di Indastria in Conan, il ragazzo del futuro (sempre con la mano di Miyazaki, ma più defilato perché ai tempi era solo un ragazzetto. Genio, ma ragazzetto).

Perché per fare passare le barche, il ponte si deve scansare. C’è un grosso motore diesel con pistoni e sbuffi che lo apre in due. Il natante passa, le chiatte vengono di nuovo serrate. Quante volte? Mille al giorno: dipende dal traffico. Tipo Caronte, ma un po’ più romagnolo. E mentre le chiatte si fanno da parte, il rumore è quasi strepitoso. Poi, di nuovo, il silenzio del vento che sferza le canne. C’è anche un’edicola con la statua della Madonna dove non mancano i fiori. Sono la cosa più colorata di qui.

È bello sapere che certe cose si ostinano a esistere ancora. Letterarie, buone, dove serve un occhio custode e la mano di qualcuno. Guardare passare gli altri, in una terra di confine. Non sono questo le foci di un fiume? Terra e acqua che si abbracciano in un mondo meticcio e poroso, dove la vita si rigenera con voluttà, quasi con ferocia, perché il nutrimento non manca mai. Ci abitano in pochi nella minuscola Camargue d’Italia, tra le provincie di Ferrara e Rovigo. L’Adriatico non ha mai avuto la forza di appropriarsi del fiume, facendone un estuario come succede per gli oceani; allora, il nostro Po si dirama come una capigliatura stanca, in braccia, dita e pozze. Pensate: c’è il Po di Venezia, quello di Levante, l’isola dell’amore (escursione in motonave, pranzo a bordo tutto compreso: risotto alla pescatora, frittura, spiedini, pignoletto) e perfino il Po di Gnocca, ma non ci sono mai stato, poi il faro, le dune e decine di sentieri per perdersi di sicuro nell’isolotto che non c’è. Qui, dove nascono terre e altre vengono sciolte dal mare.

So che un giorno il ponte di barche di Gorino, frazione di Goro, non esisterà più. Nel tempo ho letto sul web cattive notizie, ma di recente non mi sono documentato. Preferisco fare finta di essere all’estero per un lungo viaggio, per poi ritornarci un giorno sperando di rimanere incantato come successe anni fa, quando l’ho visto per la prima volta che la mia bimba era ancora nella pancia della sua mamma, e ci scrissi su addirittura un romanzo. Spero al massimo di vederlo in rovina, chiuso, dato in pasto al mare. Staremo a guardare dal bordo le sue chiatte che si liberano dalle funi e prendono il largo una dopo l’altra, dolcemente, ritornando barche. Perché noi uomini abbiamo bisogno di sapere che l’infanzia, coi suoi sogni, da qualche parte continua a navigare.

Se volete andarci anche voi

Il ponte di barche dell’articolo si trova tra Gorino Ferrarese e Gorino Veneto, nel Parco Naturale del Delta del Po. Quando siete nelle vicinanze, ci sono le indicazioni.

Nicola la vide che era ferma sul bordo del fiume, con la borsa in mano.
La riconobbe come l’unica donna possibile.
L’aver provato ad amare aveva ora una sua destinazione.
L’avere camminato tanto cambiando tutte quelle scarpe.
L’aver tirato le funi da un lato all’altro, le funi e le chiatte.
L’aver abbattuto alberi e aspettato che i semi ne portassero di nuovi.
Era in quel luogo, adesso, che terminavano le destinazioni.
Era in quel luogo che iniziava il fiume.
Nicola lasciò da parte tutte le parole che si era messo in tasca. Andò verso Teresa superando il ponte. L’acqua brillava sotto le traversine […]

Dal romanzo “La ruggine” di Devis Bellucci (A&B Editrice)

 

©DEVISBELLUCCI Se copiate senza autorizzazione mi arrabbio moltissimo!

2 comments

  1. Mi piace molto come esprimi le emozioni …e le descrivi così vere e dettagliate…come una fotografia…appena salirà questo periodo di nebbia ( che adoro ) Ahahahah ma non sulla Romea andrò a fare un bel giro nel Delta …poi ti dirò se esiste ancora il ponte sulle barche che ho percorso più volte anni fa !!!

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