A spasso con Wilma, il mio romantico camper scassatuccio

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Mio nonno, nel fervore della sua saggezza contadina, era solito dire: «Chi meno spende, più spende». Il motto significherebbe, più o meno, che acquistando qualcosa a basso costo, poi ti ritrovi con un aggeggio scassato o poco funzionale, con la certezza di dover spendere tempo e denaro o per ripararlo, o addirittura per comprarne un altro. Meglio dunque scegliere da subito un buon articolo, pagandolo quel che serve. Tranne le acciughe: lì si può risparmiare. Tanto mio nonno le acciughe non le mangiava. E il vino: anche lì si può risparmiare, visto che dalle nostre parti il Lambrusco costava meno dell’acqua con la Cristallina®. Piuttosto, ve la ricordate? Guardate qui.

Premesso tutto ‘sto pippone e seguendo paro paro il ragionamento, alcuni mesi fa abbiamo comprato un camper. È che noi viaggiamo molto per il (terzo) lavoro che faccio, cioè il giornalista di viaggi, cultura e lifestories, e siccome di principio i figli e la moglie devono stare col padre – e non li posso spacciare per segretaria e due fotoreporter – la spesa ormai cresceva a dismisura. Fino all’anno scorso, anche se eravamo in 4, stringevo un po’ i bambini al check-in e, in virtù di due lettini portatili che mostravo con un vasto sorriso, ci davano comunque la doppia. Schifati. Poi la cosa è diventata poco credibile, oltre al fatto che mia figlia di 6 anni non ci sta più in un lettino omologato 36 mesi. A meno che non dorma verticale.

Dando ragione al nonno, abbiamo cercato su amazon il camper che costasse meno in assoluto. In fondo doveva essere poetico, fare quel profumo di strada che… Insomma, da struggere il cuore. E che consumasse una fischiata, naturalmente. Poi doveva avere le cinture anche dietro, se no come si fa a infilare i seggiolini dei bambini e i bambini nei seggiolini? Mia moglie non volle sentire ragioni: lei in braccio fino a Capo Nord non li teneva. La cosa apparve da subito disperata, nonostante il nostro budget fosse adeguato, addirittura milionario (in vecchie lire).

Sognavo un Volkswagen, di notte. Con sopra una chitarra e Janis Joplin. Diventò presto un’ossessione.

Beh, lo trovammo. In dieci giorni. Non su amazon, ma su subito. Vicino a casa nostra. E dietro, un orgoglioso patacchino con scritto GB – Gran Bretagna. Perché l’avevano immatricolato là. 2500 cc aspirato in condizioni pari all’età mostrata – 22 anni – ma con pochi chilometri (a meno che un meccanico compiacente bastardo che li avesse truffaldinamente abbassati). Il solito nonno avrebbe detto cl’era un rutàm e me a soun un sfighe, che con un batoc damand quel lè sot al cul al masem a s’ariva al Bastia con vento a favore (trad. dal modenese: il nonno avrebbe detto che era un ottimo acquisto, a parte la necessità di una riverniciatura, ma non importa).

Lo comprammo pagandolo meno della richiesta iniziale, perché ci fecero uno sconto esagerato. Ero felice. Anche mia moglie. Mia figlia, medio. L’altro giocava coi dinosauri. E lo portammo a casa in un giorno di pioggia. Il cambio non funzionava, ma un po’ di manutenzione è necessaria e va data per scontata. La marcia entrava dalla terza in su, che se si tratta di un reggiseno ha un suo perché ma in fatto di meccanica non saprei. C’era pure da fare la cinghia di distribuzione. Non una, due. Perché i camper ne hanno due, appunto. E chi lo sapeva? E il meccanico trovò alcuni topi mummificati nel filtro dell’aria, mentre l’olio del motore si era burrificato nell’aspettativa. Ma ci sta, sì.

Così diedi al mio camper un nome di donna. La Wilma. Faceva un rumore in stereofonia, ma andava come il vento in bonaccia. 65 km l’ora da casello a casello. Allora abbiamo smesso di prendere l’autostrada, per rispetto nei confronti dei camionisti pazienti. Dopo un primo viaggio in Toscana dove sembrava che non andasse più in moto – ma stava solo scherzando – e uno a Loreto perché dovevo sciogliere un voto, siamo poi partiti per il primo viaggio lungo. Il più è stato superare le Alpi. Modena – Vipiteno tempo di percorrenza 12 ore. Ci ha superato Annibale in ritorno da Roma, elefanti inclusi. Arrivati a Lubecca, in Germania, si è rotta la porta, così per 40 giorni siamo entrati dalle portiere davanti, come Bo e Luke di Hazzard. I bimbi ogni tanto li passavano dai finestrini. Però voglio dire che non siamo mai rimasti a piedi. Una volta ho beccato anche due autovelox in città. Perché la Wilma fa i 65 km orari sempre, quando si impunta, e diventa hard rallentarla. Forse è un fatto di scaramanzia, non so.

E ricordo, quando arrivammo in un posto della Danimarca dove diluviava, con l’acqua che infiltrava dal soffitto in più punti, regalandoci un’atmosfera così romantica, che ho chiesto a mia figlia: «Maya, tesoro, allora ti piace il campeggio?». E lei: «Guarda, papi, a dire la verità a me piace anche arrivare nei posti e andarmi a rilassare in albergo». E ho chiesto a mio figlio, che ha 4 anni, «Filippo, a te piace, invece?». E lui: «Da quando siamo partiti guardo solo i cartoni nella TV e faccio la cacca nel bagno. Questa è la mia vita».

Poi si sono abituati. Pare. Anche perché nel 2018 dobbiamo andare in Ucraina e nel Caucaso.

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