Il treno più bello d’America, lento come un volo di farfalle

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È una delle linee ferroviarie più belle d’America, che ho avuto la fortuna di percorrere più volte in anni diversi. Parliamo del Ferrocarril Barrancas del Cobre, in Messico. Parte dalla fetida città di Los Mochis, sull’Oceano Pacifico, e grazie a 37 ponti e 87 tunnel supera un dislivello di 2400 metri, fino a raggiungere il cuore del Paese. 650 km, 16 ore di viaggio. Fuori dai finestrini i cactus cedono il passo agli scenari d’alta montagna, quindi al mortifero deserto di Chihuahua, che si protende fino agli Stati Uniti. Incassato tra le montagne come un nugolo di ferite, un imponente sistema di 20 canyon che si estendono fino all’orizzonte. Il Barrancas del Cobre, appunto. E siamo nella verde terra degli indios Tarahumara, attorno a una località che si chiama Creel. Se avete tempo, tanto tempo, fidatevi di me e andateci.

Di seguito, vi lascio un frammento del mio ultimo romanzo La cura, in cui la coprotagonista Martina racconta il suo viaggio sul Ferrocarril al protagonista della storia, Ivan. Pagine pensate e vissute là, che spero che rendano un poco l’incanto di un’esperienza simile.

“Questo non è un treno qualunque. È l’ultimo del Messico. Parte da un paese sull’oceano, un luogo arido pieno di cagne incinta, sabbia e sale […]. Il treno parte all’alba. In salita è così lento che le farfalle lo superano. Dopo tre ore il deserto inverdisce, si arriva sull’altipia­no. Attorno è tutto un lago e ti sembra di piombare nella prima­vera. Ogni giorno sono scesa dal treno, in mezzo a quei bimbi accigliati, silenziosi come se scontassero una condanna, coi loro vestiti viola e i sandali fatti coi copertoni delle auto. Il giorno dopo ripartivo, perché il treno passa quotidianamente anche se a un’ora qualunque. Va aspettato in zona. Quando arriva lo capisci dalle donne che buttano frittelle sui bidoni roventi per accogliere viaggiatori solitari come me, lì in quei luoghi dove si passeggia e non c’è nulla da vedere […]. La mia destinazione era un luogo che si chiama Creel. Là c’è la vecchia Missione di Sant’Ignazio. Domani ti mando qual­che foto via mail. A Sant’Ignazio la gente prega un dio che non è il proprio e ciononostante si toglie il cappello. Sono tutti in­dios. Si tramandano l’immensa misericordia di quel dio che non li ha schiacciati facendo rotolare le rocce sulle loro case, ma le ha bloccate lì dove sono tuttora, in mezzo all’erba. Perché devi immaginare Sant’Ignazio come un mare verde, pieno di massi bianchi che sembrano meteore. Gli indios vivono tra un masso e l’altro, protetti dalle montagne. La chiesa della Missione è vuota e sempre buia; c’è solo il pavimento che la gente bacia entrando, e un altare un po’ tragico, dove tutte le statue soffrono anche se sorridono e i Gesù bambino nascono digrignando il muso. Si usa annodare dei bracciali addosso a quelle statue perché la Missione non si riempia di roccia, diventando impenetrabile agli uomini e alle loro preghiere. Anche io ho appeso un bracciale alla statua di San Giovanni Battista. Dicono che un giorno quella chiesa diventerà uno dei tanti massi di arenaria che salgono dai prati, tra i cavalli e i bambini. Senza porte, senza finestre, senza croci. Dicono anche che in quel luogo tutti i massi, grandi come palaz­zi, sono quel che resta dei templi del passato, quando via via gli uomini hanno perso la fede. Se una comunità perde la fede, la loro chiesa viene invasa dalla sabbia fino a che ogni spazio è in­goiato e ogni apertura chiusa, e resta lì, con tutto fuso all’interno: le statue, il legno, i paramenti sacri mescolati con la sabbia che si trasforma in roccia. Qualcuno ha scavato dentro queste case degli dèi perduti e adesso ci abita, anche se ciò che resta degli antichi luoghi di culto non ama essere abitato una seconda volta: le finestre sono deformi e nere, l’acqua entra dappertutto, dal soffitto scendono le punte delle radici. La Missione bianca dove sono stata è l’ultimo tempio ancora in vita e loro pensano che sia la casa dell’ultimo dio disposto ad ascoltare gli uomini”. (Da “La cura” di Devis Bellucci, A&B Editrice)

Se vuoi andarci anche tu

Il periodo migliore è dalla primavera all’autunno. C’è un almeno un treno ogni giorno, che parte prestissimo da Los Mochis (meglio acquistare il biglietto il giorno prima in stazione). Quasi tutti i viaggiatori, come ho fatto io, non arrivano fino a Chihuahua, ma scendono a Creel o nelle altre stazioni precedenti, per fermarsi a esplorare la zona, ricca di sentieri, cascate, laghi e minuscoli paesi. Creel è comunque la miglior località dove fare campo base. Da qui inizia la strada e ci sono autobus che arrivano fino a Chihuahua (in 5 ore) se non volete riprendere il treno. La missione di Sant’Ignazio è raggiungibile a piedi da Creel con una splendida passeggiata, tra abetaie, abitazioni Tarahumara e cavalli selvaggi.  Info qui.

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