Vignola, primo amore

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Una piccola cosa mi dà una puntina d’orgoglio: che sulla mia carta d’identità ci sia scritto “Nato a Vignola”. Fosse anche perché ormai da diversi anni nessuno nasce più nell’ospedale locale, dove hanno soppresso il Reparto Maternità. Quando ci passeggio la sera, da solo, mentre la nebbia solleva dall’asfalto profumi di fango e foglie morte; quando i lampioni ingialliscono i profili delle case, coi loro portici neri; quando l’autunno – come in questi giorni – riveste d’oro i pioppi lungo il fiume e colora le colline del Lambrusco di viola, dove ti puoi rannicchiare in un palmo di silenzio; quando alti, nel cielo cristallino che l’inverno ogni tanto ci regala, passano gli aerei in discesa verso Bologna, per non dire delle nostre primavere candide, lungo la valle del Panaro ricamato di ciliegi in fiore… Allora la mia Vignola mi pare l’unico luogo bello e sensato dove accucciarsi e aspettare che le cose cambino, che fioriscano amori, che cresca quella passione capace di sottendere ogni progetto.

Da bambino ho imparato a ubriacarmi di storie fantastiche nelle stanze del nostro Castello. Lì c’erano fantasmi, passaggi segreti di cui ancora oggi si vocifera, antichi graffiti e iscrizioni sui muri che raccontano di prigionieri e gente caduta in disgrazia. Ecco: basterebbe già questo. Non so quanti altri cittadini al mondo abbiano a disposizione un Castello personale – e uno dei più belli della Regione, tra l’altro – aperto ogni giorno e dove entrare liberamente, senza pagare, ammessi a un vagabondaggio tra stanze, torri, scale. Come in una chiesa laica. Da bambino ci passavo interi pomeriggi con la nonna, sperimentando la suggestione che deriva dal sentirsi parte di un mondo carico di storie. Già allora c’erano coppiette per mano, qualche raro pittore che si portava a casa una veduta sulla tela, e tanta pace. Diventato ragazzo, andavo nel Castello a leggere, seduto sul davanzale, col Panaro che scintilla nel suo greto bigio, abbracciando con lo sguardo colline e campanili. Adesso ci porto i miei figli e anche loro lo sentono cosa propria. Mi raccontano che ci vive un drago, anche se non l’ho mai visto. O forse non ho più l’età per distinguere i draghi nei castelli.

Se un giorno metteranno un biglietto per entrare, io andrò su un sasso a farmi un pianto silenzioso, perché anche gratuità è turismo; ma proverò a non fare polemiche, visto che i tempi cambiano e le nostalgie valgono ben poco. Però, ancora per un po’, mi godo il piacere e l’orgoglio di accompagnare quelli che vengono a trovarmi nel Castello, salutando i custodi come fossero amici, e mostrando ai visitatori stanzoni, affreschi, la splendida Cappella e le iscrizioni segrete che passerebbero inosservate.

Io e mia moglie siamo diventati una famiglia in una indimenticabile casina sui tetti di Vignola. Eravamo i più alti di tutti: d’inverno il freddo era terribile e in estate il suadente canto dei piccioni iniziava alle cinque del mattino. Entravano i pipistrelli e dalle travi un tantino macilente la polvere scivolava diretta sulla tavola, sempre illuminata dal sole, in mucchietti abbastanza inquietanti. Era una gioia innamorarsi (nuovamente) di Vignola da lì, scrivere seduti sul davanzale buttando l’occhio ai comignoli, ascoltare la neve che scende e ghiaccia, dare da mangiare ai passerotti. Adesso non viviamo più lì e siamo scesi in basso, dove c’è più spazio ma non si sfiorano le torri con un dito. Eppure quei due anni sui tetti, in un villino minuscolo e malandato (si accedeva al solaio passando da una porta nella doccia), mi hanno legato ancora di più alla bellezza antica e profumata della mia città.

…Come quando rifaccio per l’ennesima volta lo stesso percorso, guidato da uno sprazzo di luce, da una nube che contrasta col cielo, e salgo fino ai cipressi che coronano una certa collina. Tutti i Vignolesi conoscono questo luogo di passione: tanti figli sono stati concepiti qui, in auto o sul prato adiacente. L’ho rifotografato anche di recente, ma è difficile catturarne lo spirito. C’è l’immensa pianura che scivola fino al Po, con le Alpi imbiancate che baluginano; c’è il rosso delle vigne e dei frutti della rosa canina; ci sono loro, i cipressi appunto, inconfondibile sigillo d’italianità, e lontano il cimitero più bello del mondo, sulla valle, tra i campi arati e una vecchia villa. Qui, dove le colline trasudano argilla e la terra continua a muoversi tra i rovi… E preghi che i ciliegi non cadano nel vuoto, sostituiti dalle case. Ma pure questa, forse, è nostalgia.

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