Quando nasce un figlio e si vuole viaggiare

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Un coro di parenti disposti su tre file ci aspettava al varco. Perché su un fatto avevamo speso tante parole, e cioè che io e mia moglie avremmo continuato a viaggiare. Coi bambini piccoli? Yes, miei cari. E le nostre madri ghignavano. Mio padre era più possibilista, convinto che a Rimini sud saremmo arrivati anche con la piccola Maya. Casa nostra – Rimini sud fa più o meno un’ora e quaranta. Chiaro: ora che c’era con noi il tesoro dei nonni bisognava partire alle 3 di notte per farle fare il viaggio col fresco, guidare come una suora, fare le pause, andare sempre dritti perché nelle curve c’è la forza centrifuga e Dio liberi dall’aria condizionata, che secca le mucose dei piccini e fa venire la diarrea. Io ho sempre incontrato mamme e papà con neonati al seguito in giro ovunque, e non mi risulta che nessuno sia rimasto traumatizzato. I bambini, intendo. I loro genitori, non so. Tuttavia, dato che da un lato queste famiglie non erano mai italiane, dall’altro non si sa mai, abbiamo deciso di comune accordo di sentire un parere dalla nostra consulente in genitorialità, dottoressa Daniela. Il cognome non lo scrivo neanche morto e il nome è di fantasia.

«Pronto, dottoressa XXX?»
«Sì, sono io. Dica, dica».
«Salve, sono Bellucci»
«Ahhh». Che vorrebbe dire: è qui che ti volevo, mister sotuttoio.
«Mi trovo un po’ in difficoltà».
«Molto bene».
«È che vorremmo fare un viaggio con la nostra bambina che ha due settimane. Sa, per noi viaggiare è vitale».
«Bisogna vedere che cosa è vitale per vostra figlia».
«Ha ragione».
«E dove vorreste andare, che sentiamo? Perché l’aereo va escluso. Il rumore, la promiscuità, la luce costante. Tutti fattori che creano stress. Ma immagino che voi non volevate fare volare la vostra bambina prima che abbia le ali».
«No, ci mancherebbe. Pensavamo all’auto».
«Quanto tempo?»
«Il tempo di arrivare».
«Non tergiversi con me, sa. Le dico subito che l’infante prigioniero di quei cosi che chiamano ovetti vive una condizione di grande ansia. In auto bisogna stare il meno possibile. E vai e vieni. E parti e ti fermi. Tutte sollecitazioni che vanno a cadere sulla colonna vertebrale dell’infante».
Mi metto a ridere perché a me l’infante fa venire in mente l’infanta di Spagna, però giuro che la Daniela XXX parla così.
«Francamente, non so bene quanto è lungo il viaggio. Glielo dico papale. Noi vorremmo vagabondare per l’Europa, così senza meta. Prima verso nord (uso un tono sognante), poi verso est. Parigi. Madrid. Si va dove capita. Un mese. L’oceano. Un famiglia neonata in cammino. Perché non è nata solo Maya: anche io e Giorgia siamo rinati nel nostro nuovo ruolo e dobbiamo capire cosa siamo e che cosa vogliamo, e magari nostra figlia è paziente e ce lo spiega, tra una colica e l’altra».
Resto qualche istante in attesa.
«Dottoressa, è ancora lì?»
Dall’altra parte c’è solo il lamento di una gallina che cerca di fare un uovo più grosso del… Beh, del tunnel da cui escono le uova. Avete capito cosa. E il lamento mi attraversa come le frecce del San Sebastiano.

Allora decisi di chiedere un parere alla Dottoressa Loredana, la pediatra.
[…]
«Quindi si sa quando si parte e non si sa quando si torna e nemmeno dove si va. Che ne pensa, dottoressa?»
«Ma è una cosa meravigliosa!»
«Ci sono controindicazioni?»
«E perché? Dovete solo imparare a entrare in empatia con la bambina, visto che non parla».
Mi segno la parola empatia. Dovrò cercare su internet uno di quei videocorsi.
«Può stare in macchina?»
«Può».
«E le vibrazioni?»
«Le vibrocosa?»
«No, dicevo per dire. È una parola che non esiste».
«L’importante è che non le vengano la tosse o la febbre o l’ittero o…»
«Aspetti, e nel caso?»
«Troverete un medico. L’Europa è piena. State in Europa?»
«Forse. Cioè, sì».
«Che cosa dobbiamo prendere con noi? L’antibiotico? Il cortisone?»
«No».
«Suvvia, sia buona. Mi prescriva qualcosa».
«Non si può».
«Devo comprare una di quelle torce per guardare in bocca alla bambina e capire se ha la gola rossa?»
«Ci vuole un medico».
«Non devo portare con me neanche la macchinetta dell’aerosol? Guardi che ci so fare coi medicinali. Ho girato mezzo mondo e mi porto sempre dietro tutto. Anche le punture. Una volta mia moglie aveva la gastroenterite, io le davo il Plasil in pastiglie e lei lo vomitava ed eravamo a 4000 metri in Bolivia. Un bel casino, ma io no. Ah, ah. Ce l’avevo anche in punture. Ok, la dottoressa me l’aveva prescritto solo in pastiglie, ma è bastata la scena madre col farmacista e trak, fialettina. Sa che non avevo mai fatto una puntura? Pensi che mia moglie ha preso un pennarello e si è disegnata un bersaglio su una chiappa per indicarmi la posizione».
Silenzio dall’altra parte. Forse ho calcato la mano, ma l’aneddoto mi sembrava carino.
«Guardi, non posso prescriverle nulla. Paradossalmente coi neonati è molto semplice, visto che voi non potete dar loro nulla, a parte la soluzione fisiologica. Quindi è impossibile sbagliare. Per ogni dubbio, andate dal medico. Dal pediatra, cioè».
«E la lozione fisiologica gliela do da bere o gliela passo sulla pelle col cotone?»
Silenzio dall’altra parte. Chissà che cosa ho detto di così sconvolgente. Siccome non si sa mai, mi accerto sul web che la fisiologica per neonati non sia in supposte, diversamente sai te che figura.

Così mia moglie decide di chiedere un parere al prete in confessione.

«Figlia mia, ti ricordo che bisogna che vi sposiate».
«Ha ragione».
«Non è bene che vi chiamiate marito e moglie e portiate la fede al dito senza esservi sposati. È una specie di truffa».
Mia moglie pensa che Dio sa che non siamo sposati, quindi che truffa è mai?
«Ci sposiamo, sì, certo. Ecco, pensi che volevamo andare a Lourdes».
«È una bella cosa, figlia mia».
«Con la bambina».
«Molto bene, bravi».
«Certo, non in aereo, che forse è un po’ presto. In auto. Dice che faremmo bene?»
«Molto bene. Ma dimmi, col tuo ragazzo come va, adesso che sei madre?»
«In che senso?»
«Vedi, figlia mia, ore che avete una bambina le cose si complicano e bisogna non perdere le buone abitudini. Ricorda che prima viene il marito – e dirò marito, dato che vi sposate – poi i figli. Perché se i figli piangono, prima o poi smettono, ma il marito non va trascurato: se piange lui, allora sono dolori. Tu sei madre, ma prima di tutto donna. Hai capito?»
«Sì».
«Ti è chiaro, vero, a che cosa mi riferisco?»
«Molto».
«Dai sempre tutte le attenzioni a tuo marito. Cioè, al tuo compagno, perché ancora non siete sposati. Lo so che alla sera la stanchezza può essere tanta».
«Anche i punti dopo il parto».
«Eh, ma i punti cadono, mentre ci sono donne che si dimenticano dei loro mariti».
«Quindi facciamo bene a viaggiare?»
«Ma certo, sì, tutto quello che volete».

Così, quella sera di luglio, appena diventati genitori, tracciamo un itinerario sulla carta d’Europa, stimando i tempi di percorrenza e raddoppiandoli perché adesso c’è la nostra Maya. Lei ci guarda tranquilla distesa tra due cuscini e ogni tanto sorride così, senza senso. Mi hanno detto che imparano a ridere dopo il secondo, terzo mese. A me non dispiace che sorrida come fosse un riflesso che si porta dentro, come qualcuno che sogna a occhi aperti. Provo a farlo anch’io davanti allo specchio, ma sembro qualcosa di simile a un cow boy che entra in un saloon abbandonato.

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