“Finché c’è qualcuno da amare” di Susanna Bo (San Paolo Edizioni)

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Copertina Susanna Bo

La vita continua, la vita riprende, la vita si rinnova finché (o soltanto se) c’è qualcuno da amare. Un storia vera che, a partire da questo spunto, racconta di un ritorno alla luce dopo il buio. Sara, alter ego dell’autrice che inventa nomi nuovi per evitare l’imbarazzo di una narrazione in prima persona, vede morire il proprio marito e rimane sola con le figlie piccole, Sofia e Beatrice. Annichilita, aggrappata al passato, trascorre un’esistenza sospesa in quel limbo in cui il dolore è un’aria che offusca il futuro e si posa sulle cose come polvere. Ma in questo libro Susanna Bo non tratta direttamente i temi della morte e del distacco: l’ha già fatto nel suo precedente romanzo, “La buona battaglia” (San Paolo, 2016), che ho letto e amato e che invito tutti a prendere tra le mani, credenti e non. Perché c’è proprio bisogno di voci come queste, intimamente rivoluzionarie, che osano parlare di fede come di una dimensione capace di trasfigurare la quotidianità e soprattutto la sofferenza, sollevandola dal non-senso al tepore della speranza. Ora però è tempo di tornare a casa, e in “Finché c’è qualcuno da amare” l’occasione della rinascita, come spesso accade in ogni esistenza, è poco lontano da te. Ecco allora che i destini di Davide e Sara, i due protagonisti, finalmente si incrociano, si cercano, scivolando tra coincidenze che paiono conferme, fino a riconoscersi. Dunque solo una storia d’amore dopo una prima relazione finita tragicamente? No. A parte la penna delicata e, diciamolo pure, divertente, di Susanna, in questo libro stupore e grazia sono l’intelaiatura su cui si innestano le vicende. La sostanza è dunque altrove, in una dimensione di meraviglia che scorre accanto alla nostra e che illumina i passi di Sara e Davide, insieme a quelli di tutti noi. Al contempo, il racconto è una porta spalancata sull’intimità dei due protagonisti: le pagine scorrono leggere, si  ride e alla fine ti affezioni. Devo dire che non capita così spesso, leggendo un libro, di sentirsi accolti come fosse un’amica che parla di sé. Tanto che, arrivati all’ultima pagina,  viene voglia di conoscerla davvero questa Susanna Bo, la “vedova più allegra del Tigullio”, anche solo per ringraziarla di averci raccontato, con dolcezza e senza alcuna retorica, la verità più semplice e antica del mondo: veniamo dall’amore e solo di questo ci nutriamo. Dunque amare è per non morire di fame.

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